Dalla casera Rupeit c’è una vista meravigliosa
Domenica 1 Novembre ore 14:30 circa, mancano circa 200 metri di dislivello per arrivare in casera, siamo appena usciti dal bosco e ora camminiamo lungo il sentiero che taglia il ripido pendio proprio sotto la casera. A destra vediamo la croce metallica in cima a Pala d’Altei e una piccola sagoma su un costone poco distante che cerca di scendere, probabilmente un cacciatore.Il panorama è bellissimo e regna una pace incontrastata, e chissà come mai quando una persona non ha niente da dire deve uscire sempre con questi soliti luoghi comuni: che pace, che bella la natura, magari sempre questa tranquillità, ecc … Si certo, come no! Sta di fatto che l’uomo deve criticare sempre quello che ha, anche la donna ovviamente, la quale sembra avere a proposito una particolare dote, comunque: gli adolescenti odiano i genitori e accumulano sete di vendetta, gli assetati universitari l’università e per questo fanno feste e si ubriacano ogni giorno, i lavoratori avrebbero voluto andare all’università e per questo bevono come spugne, e per finire chi ha lavorato tutta la vita senza ubriacarsi si riscopre assetato ma non ha più tempo per ubriacarsi.La montagna non è che sia un gran posto per vivere, fa freddo, d’inverno non ne parliamo, la neve che entra ovunque e che bagna e congela ogni cosa, quando non nevica però piove, e sentire le gocce picchiettare sui vetri ti culla in un piacevole tepore melanconico che svanisce d’incanto quando la stufa si spegne perché non c’è più legna, tragedia! Fuori ci sono tre gradi e piove a dirotto, gocce grandi come melanzane si schiantano ovunque, è una guerra, ma fare legna in montagna è così bello, così riposante. Per fortuna viene anche la bella stagione e allora si esce, la natura fiorisce, le nuvole accarezzano il cielo e il sole ti sorride. Decido di andare al bar a prendere un cappuccino, vedere qualcuno è anche piacevole, ma nel bar ci sono duecento persone inferocite, venti metri quadrati di pogo che fanno invidia ad un concerto di Marilyn Manson. Dico: sarà una mia impressione, del resto sono venuti fin qui dalle città per trovare un po’ di pace, non possono essere scontrosi. Nulla di più falso! Gli occhi inferociti delle belve cittadine mi squadrano come un intruso; ora che si sono impossessati del bar e lo hanno piegato a questa frenesia non si scherza più, c’è da guardarsi le spalle. Devo fargli capire che non voglio rubare il posto a nessuno. La tensione cresce. I bambini piangono come fontane, i loro acuti strazianti fanno da sottofondo al coro di donne e uomini che si scambiano opinioni sulla pace che regna qui in mezzo alle montagne. Il cappuccino è chiaramente un miraggio, come il bancone del bar, tutto è un miraggio ora. Scappo infastidito con la speranza che esplodano tutti in una grande palla di fuoco!Cercare rifugio nei boschi limitrofi è naturalmente inutile, ogni cento metri incontro qualcuno che mi chiede sistematicamente se è una bella giornata, se questo sole a picco si trasformerà in un uragano tropicale, se manca molto per arrivare al bar in paese (dato che non ne ha avuto abbastanza a colazione), se ho visto e sentito in che pace ci troviamo. Basta! L’unica soluzione è la roccia! Prendo la corda e qualche arnese e vado diretto in falesia, non mi troveranno mai appeso come un lichene in parete. Che illuso. Dopo un quarto d’ora c’è già una folla che guarda il mio sedere venti metri più sotto. Come avranno fatto a vedermi? L’unica soluzione è la fuga dall’alto, costi quel che costi! Rovi, traversi e cespugli ma il gioco vale la candela, non mi avranno. Riconquisto casa passando e strisciando nei boschi come un soldato, missione compiuta. Aspetto il calare delle tenebre seduto nel divano in penombra. È solo questione di tempo penso, prima o poi dovranno andarsene.Ormai è sera, poco prima di cena ritento una timida passeggiata. Le auto cominciano a muoversi verso valle, tutte in una curiosa e nervosa fila, girano sulla rotonda incalzando l’auto che precede. Wow, non ci credo, anno fretta di andarsene! E così pian piano vanno, riposati dal caos che non hanno mai abbandonato, e devo dire che tutto sommato un po’ comincia a dispiacermi, un sentimento quasi perverso mi insinua il dubbio che quella segregazione interiore possa mancarmi, che in fin dei conti essere “perseguitati” faccia sentire meno soli, che ci sia qualcuno che voglia dirti qualcosa nel bene o nel male è quasi confortante. Un attimo prima ero convito di qualcosa di cui ora capisco di non sapere nulla. Mi sembra che il contatto con gli altri, i rapporti veloci e senza impegni diluiscano noi stessi in quello che è di tutti, una grande domesticazione dell’essere, dove non è possibile ascoltare perché è il sottofondo che sempre di più si leva a rendere tutto più facile. E noi diventiamo e cerchiamo ciò che è facile, sempre di più. Non so se sia un veleno per le nostre menti quello che ci facciamo ogni giorno. D'altronde non si apprezza mai quello che si ha, chi è solo vorrebbe compagnia e chi è in mezzo alla gente è solo in se stesso.Così siamo arrivati quassù in casera Rupeit, si vede tutta la pianura e da lontano arrivano i rumori delle auto e dell’uomo immerso nel suo trantran quotidiano.Ad ogni modo questo è quello che mi sembra di vedere quassù, qualcuno si chiederà se non abbia bevuto anch’io: beh a me piace andare per le montagne con i postumi della sbronza, si sa, il mal di testa passa dopo un po’… non serve essere ubriachi per stare con se stessi.E se un giorno arriverete in casera Rupeit anche voi, vi darò il benvenuto.

Domenica 1 Novembre ore 14:30 circa, mancano circa 200 metri di dislivello per arrivare in casera, siamo appena usciti dal bosco e ora camminiamo lungo il sentiero che taglia il ripido pendio proprio sotto la casera. A destra vediamo la croce metallica in cima a Pala d’Altei e una piccola sagoma su un costone poco distante che cerca di scendere, probabilmente un cacciatore.Il panorama è bellissimo e regna una pace incontrastata, e chissà come mai quando una persona non ha niente da dire deve uscire sempre con questi soliti luoghi comuni: che pace, che bella la natura, magari sempre questa tranquillità, ecc … Si certo, come no! Sta di fatto che l’uomo deve criticare sempre quello che ha, anche la donna ovviamente, la quale sembra avere a proposito una particolare dote, comunque: gli adolescenti odiano i genitori e accumulano sete di vendetta, gli assetati universitari l’università e per questo fanno feste e si ubriacano ogni giorno, i lavoratori avrebbero voluto andare all’università e per questo bevono come spugne, e per finire chi ha lavorato tutta la vita senza ubriacarsi si riscopre assetato ma non ha più tempo per ubriacarsi.La montagna non è che sia un gran posto per vivere, fa freddo, d’inverno non ne parliamo, la neve che entra ovunque e che bagna e congela ogni cosa, quando non nevica però piove, e sentire le gocce picchiettare sui vetri ti culla in un piacevole tepore melanconico che svanisce d’incanto quando la stufa si spegne perché non c’è più legna, tragedia! Fuori ci sono tre gradi e piove a dirotto, gocce grandi come melanzane si schiantano ovunque, è una guerra, ma fare legna in montagna è così bello, così riposante. Per fortuna viene anche la bella stagione e allora si esce, la natura fiorisce, le nuvole accarezzano il cielo e il sole ti sorride. Decido di andare al bar a prendere un cappuccino, vedere qualcuno è anche piacevole, ma nel bar ci sono duecento persone inferocite, venti metri quadrati di pogo che fanno invidia ad un concerto di Marilyn Manson. Dico: sarà una mia impressione, del resto sono venuti fin qui dalle città per trovare un po’ di pace, non possono essere scontrosi. Nulla di più falso! Gli occhi inferociti delle belve cittadine mi squadrano come un intruso; ora che si sono impossessati del bar e lo hanno piegato a questa frenesia non si scherza più, c’è da guardarsi le spalle. Devo fargli capire che non voglio rubare il posto a nessuno. La tensione cresce. I bambini piangono come fontane, i loro acuti strazianti fanno da sottofondo al coro di donne e uomini che si scambiano opinioni sulla pace che regna qui in mezzo alle montagne. Il cappuccino è chiaramente un miraggio, come il bancone del bar, tutto è un miraggio ora. Scappo infastidito con la speranza che esplodano tutti in una grande palla di fuoco!Cercare rifugio nei boschi limitrofi è naturalmente inutile, ogni cento metri incontro qualcuno che mi chiede sistematicamente se è una bella giornata, se questo sole a picco si trasformerà in un uragano tropicale, se manca molto per arrivare al bar in paese (dato che non ne ha avuto abbastanza a colazione), se ho visto e sentito in che pace ci troviamo. Basta! L’unica soluzione è la roccia! Prendo la corda e qualche arnese e vado diretto in falesia, non mi troveranno mai appeso come un lichene in parete. Che illuso. Dopo un quarto d’ora c’è già una folla che guarda il mio sedere venti metri più sotto. Come avranno fatto a vedermi? L’unica soluzione è la fuga dall’alto, costi quel che costi! Rovi, traversi e cespugli ma il gioco vale la candela, non mi avranno. Riconquisto casa passando e strisciando nei boschi come un soldato, missione compiuta. Aspetto il calare delle tenebre seduto nel divano in penombra. È solo questione di tempo penso, prima o poi dovranno andarsene.Ormai è sera, poco prima di cena ritento una timida passeggiata. Le auto cominciano a muoversi verso valle, tutte in una curiosa e nervosa fila, girano sulla rotonda incalzando l’auto che precede. Wow, non ci credo, anno fretta di andarsene! E così pian piano vanno, riposati dal caos che non hanno mai abbandonato, e devo dire che tutto sommato un po’ comincia a dispiacermi, un sentimento quasi perverso mi insinua il dubbio che quella segregazione interiore possa mancarmi, che in fin dei conti essere “perseguitati” faccia sentire meno soli, che ci sia qualcuno che voglia dirti qualcosa nel bene o nel male è quasi confortante. Un attimo prima ero convito di qualcosa di cui ora capisco di non sapere nulla. Mi sembra che il contatto con gli altri, i rapporti veloci e senza impegni diluiscano noi stessi in quello che è di tutti, una grande domesticazione dell’essere, dove non è possibile ascoltare perché è il sottofondo che sempre di più si leva a rendere tutto più facile. E noi diventiamo e cerchiamo ciò che è facile, sempre di più. Non so se sia un veleno per le nostre menti quello che ci facciamo ogni giorno. D'altronde non si apprezza mai quello che si ha, chi è solo vorrebbe compagnia e chi è in mezzo alla gente è solo in se stesso.Così siamo arrivati quassù in casera Rupeit, si vede tutta la pianura e da lontano arrivano i rumori delle auto e dell’uomo immerso nel suo trantran quotidiano.Ad ogni modo questo è quello che mi sembra di vedere quassù, qualcuno si chiederà se non abbia bevuto anch’io: beh a me piace andare per le montagne con i postumi della sbronza, si sa, il mal di testa passa dopo un po’… non serve essere ubriachi per stare con se stessi.E se un giorno arriverete in casera Rupeit anche voi, vi darò il benvenuto.

In secondo piano Casera Rupeit 1275 s.l.m. photo by D. Zamparo
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